Elasticità e flessibilità

salute e benessere
L’elasticità e la flessibilità di un artista marziale è cosa differente della flessibilità

rilassata che troviamo nello yoga o nella danza. Egli ha bisogno di un

tipo di flessibilità che potremmo definire “multidimensionale”: i muscoli non

devono solo allungarsi, ma allargarsi, espandersi come una vela al vento. La

sua elasticità non deve essere di tipo passivo, ma attivo come quella di un

tappeto elastico.

Questo tipo di “elasticità con forza” è quella di cui ha bisogno il praticante,

che deve essere in grado di rispondere con “forza rilassata“ anche in posizioni

del corpo disagiate, come quando si subisce, per esempio, una leva

articolare.

Per fare questo, egli deve, con gli opportuni esercizi, agire sulla sua struttura

interna lavorando sull’elasticità dei tendini, legamenti, ossa e muscoli, cercando

di aumentare lo spazio interno fra i loro capi in modo che le giunture

possano aprirsi aumentando il loro raggio d’azione, un po’ come fa un serpente

che non avendo zampe si muove aprendosi e chiudendosi.

Ogni praticante deve per prima cosa ricercare la sua elasticità interna, questo

è il segreto: senza questa qualità la forza sarà sempre rigida, non potrà crescere

molto e con il passare degli anni calerà inesorabilmente.

La scioltezza e il rilassamento devono basarsi su una reale sensazione di forza; bisogna cercare di estendersi il più possibile, ma

senza perdere la “connessione interna”, che vuol dire ossa muscoli, legamenti e tendini che lavorano insieme come un’unità.

Per fare questo bisogna avere un “asse centrale di equilibrio” molto forte (Zhong Ding Jin), stabilmente “piantato” nel Dantian (bacino),

a sua volta sostenuto da anche potenti e flessibili.

Ciò vuol dire che i potenti muscoli della zona intorno al bacino devono essere il centro motore, da cui deve partire la forza, mentre

i muscoli periferici delle gambe e delle braccia devono solo direzionare il movimento. Inoltre bisogna sviluppare la capacità di

radicarsi stabilmente al terreno.

Se si hanno centratura e radicamento, uniti all’elasticità interna, allora il corpo è in grado di caricarsi assorbendo la forza dell’avversario

e di restituirla come una potente molla.

Il segreto è allenarsi in maniera diversa, focalizzando l’allenamento sui muscoli profondi in generale e in particolare su quelli del

tronco, i quali sono muscoli non articolari, che non agiscono avvicinando o allontanando delle articolazione, ma fasciano la struttura

dandole stabilità e potenza.

Per attivare questi tipi di muscoli bisogna usare l’intento della mente e la potenza del respiro (Vedi Samurai giugno 2010). Devi

proprio cambiare il modo di allenarti: devi concentrare la tua forza interna, la tua energia, il tuo spirito nelle ossa e nelle articolazioni

più importanti come i fianchi, la vita, le anche e lasciare le altre parti (braccia e gambe) vive e rilassate.

Forza interna (Nei Jin), forza esterna (Wai Jin)

La forza (Jin) che si ricerca con la pratica del Taiji Quan è di natura particolare; il suo sviluppo richiede un’attivazione intelligente

delle potenzialità nascoste dell’artista marziale, da quelle fisiche a quelle spirituali, passando per l’intelligenza, le emozioni e l’istinto.

E’ un concetto complesso, più importante di quello energetico, in quanto si può avere energia (Qi) ma non Nei Jin (forza interna);

invece se si ha Nei Jin automaticamente si ha energia.

 

 

 

 

di Flavio Daniele

Allineamento, centratura, radicamento qualità

essenziali dell’artista marziale

I sette percorsi di forza fondamentali del corpo marziale

Tutto questo richiede un mutamento completo del concetto di forza e del modo di utilizzare il corpo e la mente. Finché si resta

convinti che la vera forza nasca dai movimenti veloci e da muscoli potenti, la dimensione energetica e della forza interna sarà per

sempre preclusa.

Finché non opereremo un rovesciamento completo che coinvolge la visione e la percezione che ognuno ha del proprio corpo, finché

non focalizzeremo l’attenzione all’interno per potere utilizzare quella che possiamo chiamare “l’altra metà del cielo” della nostra

struttura (muscoli profondi, ossa, legamenti, tendini), saremo sempre la metà di noi stessi e non riusciremo a mettere la mente nei

nostri muscoli per superare la separazione tra pensiero e azione.

Questo processo di sviluppo, che paradossalmente richiede come presupposto il disinnesco completo della forza muscolare esterna

o Wai Jin, passa attraverso tre fasi che vanno dall’esterno verso l’interno, dal grossolano al sottile:

1° Fase: forza della struttura, (interazione struttura/muscoli).

Si sviluppa da una struttura fisica perfettamente armonizzata, dove ogni muscolo, ogni singola articolazione sono accordati con tutti

gli altri in una meravigliosa modulabilità. E’ ancora una forza di tipo “fisico”, ma di qualità molto raffinata e superiore, è esente da

sforzi e agisce globalmente senza attriti e dispersioni.

2°Fase: forza del Qi, (interazione Qi/struttura ).

Come l’energia che si sprigiona dallo scoppio della miscela aria-benzina (Qi), all’interno della camera di combustione di un motore

(Dantian), può essere trasformata in lavoro meccanico per mezzo dei servomeccanismi del motore (struttura) per far muovere una

macchina, alla stessa maniera il Qi accumulato all’interno del Dantian può essere trasformato, con l’ausilio della mente, in forza

interna (Nei Jin) per far muovere il corpo.

3°Fase: forza dello Yi, (interazione mente/energia).

Si sviluppa con il pieno controllo della mente (Yi) sull’energia (Qi). Il Qi guidato dalla mente può essere indirizzato con estrema

precisione dappertutto. Come un raggio laser è in grado di controllare un missile in volo, alla stessa maniera, lo Yi/Qi di un maestro

esperto è in grado di controllare i movimenti del suo avversario.

 

Radicamento

Senza radici non c’è marzialità: se non si è radicati qualsiasi tecnica, anche la più sofisticata e potente, è del tutto inutile. Quello

che rende forte un albero non è la grossezza dei suoi rami o del suo tronco, ma la forza delle sue radici. Buone radici permettono

di assorbire le sollecitazioni esterne, di elevarsi stabili e sicuri, di essere centrati in sé stessi non solo fisicamente ma, quel che più

conta, mentalmente.

La forza della terra (la forza di gravità) è un alleato potente che bisogna sapere sfruttare a proprio vantaggio, sia quando si attacca

per spingere più forte, sia quando ci si difende facendo, come la messa a terra di un impianto elettrico, scaricare la forza dell’avversario

al suolo.

Un buon artista marziale deve sapere coniugare in modo ineccepibile la stabilità e il radicamento con la spinta verso l’alto, deve

sapersi radicare come un albero alla terra, e nello stesso tempo scattare veloce come un serpente.

Solo quando saprà dosare radicamento ed elevazione, come dicono i maestri:

“I suoi piedi saranno pesanti come montagne e scorrevoli come fiumi”.

Scorrevolezza che fa sembrare il modo di muoversi di un esperto simile a quello degli uccelli acquatici quando scivolano veloci e

tranquilli sulla superficie di uno specchio d’acqua.

La natura di questo tipo di movimento è diversa da quello, per esempio, di un centometrista che per scattare veloce, usa la forza

propulsiva che si sviluppa dal gioco articolare degli arti inferiori.

Il centometrista, proietta in avanti il suo corpo utilizzando una poderosa spinta contro il terreno; un esperto praticante di Taiji, per

esempio, usa in maniera opposta la forza propulsiva: invece di contrarre i muscoli, togliendo ogni tensione “apre le anche“ (a

livello delle teste dei femori) e lasciando velocemente “affondare il peso nei piedi“ produce una potente forza di rimbalzo,

simile a quella di una palla quando viene lasciata cadere a terra.

Ciò gli permette di muoversi rapido e imprevedibile, senza contraccolpi e senza nessun gesto rivelatore, proprio come un uccello

che scivola senza sforzo sull’acqua.

Per fare ciò egli deve essere allineato e centrato: solo quando i suoi muscoli sono senza tensioni superflue e il peso del corpo è armonicamente

sostenuto dalla struttura scheletrica egli può “affondare” nei piedi: la forza peso seguendo un suo percorso naturale,

incanalandosi lungo la colonna vertebrale, si concentra nel Dantian inferiore e da qui, attraverso le teste dei femori, nelle gambe

e nei piedi.

In sostanza, per scattare veloci, mantenendo nel contempo un’ottimale stabilità, bisogna lasciarsi “affondare pesantemente“ verso la

terra, non proiettarsi in avanti spingendo violentemente con i piedi contro il terreno.

Andare contro questo tipo di riflesso condizionato richiede pazienza, tempo e un corretto allenamento.

Certamente un centometrista possiede una grande forza propulsiva ed è in grado di scattare in maniera rapida e veloce, ma un artista

marziale, mentre scatta rapido e veloce, mentre si muove da una posizione all’altra, deve pensare anche alla sua incolumità; non

deve diventare come un uccello in volo che può essere trafitto senza sforzo. Anche mentre si sta muovendo, mentre sta volando da

una posizione all’altra, l’artista marziale deve essere in grado di evitare o di bloccare le “frecce” che gli vengono scagliate contro;

come un moderno aereo da combattimento, egli deve essere in grado di mutare rapidamente direzione e di rispondere al fuoco avversario

mantenendo sempre un assetto ottimale.

Se, per esempio, paragoniamo la velocità di spostamento di un praticante di Taiji con quella di un praticante di una qualsiasi arte

marziale esterna, sicuramente quest’ultimo sembrerà muoversi in maniera più rapida. Questo, che a prima vista sembra un vantaggio,

spesso, in realtà nasconde una scarsa stabilità: il praticante è sì stabile, ma lo è in maniera statica ed “esterna e non dinamica e

interna”; quando abbandona una posizione di equilibrio, datagli da una determinata postura del corpo, deve prontamente raggiungerne

un’altra altrettanto stabile, perché nello spazio tra una posizione e l’altra è molto vulnerabile.

Un praticante esperto di Taiji, al contrario, essendo centrato e stabile ‘dentro’, tra una posizione e l’altra può muoversi relativamente

più lento perché, come una sfera, egli è dotato di un equilibrio dinamico che gli consente di trovare in qualsiasi posizione il suo punto

di massimo equilibrio da cui contrattaccare.

 

Centratura

Questo punto di massimo equilibrio è nel Dantian addominale, ma la capacità di “centralizzarsi” è un processo complesso, che va

oltre il semplice sentirsi al centro. Essere nel “proprio punto zero”, infatti presuppone la capacità di trasformare l’intento della mente

(Yi) in movimento fisico, utilizzando il potere del Qi (Cfr. Le tre vie del Tao – Flavio Daniele):

Lo Yi muove il Qi, il Qi muove il corpo.

Questa “attivazione cosciente” della struttura profonda, in grado di fare muovere il corpo dall’interno sfruttando la propria energia

vitale, è un processo di condensazione delle intenzioni della mente, simile a quello dell’acqua che passa, per fasi successive, dallo

stato di vapore al liquido e al ghiacciato.

Analogamente, l’azione pensata (l’intento della mente), si condensa in un movimento energetico finalizzato,

che produce un movimento fisico.

La capacità di orientare e focalizzare l’attenzione cosciente all’interno è la prima vera differenza tra le arti marziali esterne e quelle

interne; la seconda differenza, consequenziale, è che mentre le esterne si concentrano in prevalenza sullo studio delle tecniche, le

interne sui percorsi di forza lungo i quali le stesse si sviluppano.

 

I percorsi di forza

La forza interna (Nei Jin), dipartendosi dal centro del Dantian addominale, si muove all’interno del corpo lungo determinati tracciati

creati dalla mente, che è utile conoscere per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Questi tracciati non sono esclusivamente

fisici, come le catene muscolari, e neanche energetici come i canali del Qi, ma somigliano in un certo senso ai solchi tracciati

dalla acqua che scorre.

E’ la mente che, muovendo energia, traccia un percorso, come l’acqua del fiume traccia il letto dove scorre.

Allenare un percorso di forza significa creare un tracciato preferenziale, dove la forza, guidata dall’intento della mente, può scorrere

rapida come l’acqua di un fiume.

Lavorare sui percorsi di forza significa ottimizzare al massimo il proprio allenamento, significa sviluppare “l’Arte del Corpo”, cioè

la maestria nell’agire, indipendentemente da quello che si sta facendo: stringere la mano a un amico, fare una leva articolare o

usare un’arma.

Vediamo di spiegare con un esempio pratico i percorsi di forza. Se applichiamo degli elettrodi, collegati con un computer, sulla colonna

vertebrale e sulle principali giunture degli arti, e poi cominciamo a eseguire una forma, “esterna” o “interna” non fa nessuna

differenza, otterremo sullo schermo dei tracciati che rappresentano, non solo il movimento globale del corpo nello spazio, ma anche

i movimenti relativi degli arti rispetto al tronco.

Se analizziamo questi ultimi noteremo, per esempio, che differenti tracciati delle braccia prendono origine da pochi ma essenziali

movimenti di base del tronco. Questo vuol dire che tecniche diverse (esterne) nascono da uno stesso movimento (interno) e

seguono lo stesso tracciato di forza.

Applicando questo metodo di analisi a un qualunque stile, potremmo classificare le innumerevoli tecniche di cui è composto secondo

pochi e precisi percorsi di forza. Ne consegue che, da un punto di vista pratico, allenare un percorso di forza significa allenare

tutte le tecniche collegate, indipendentemente dallo stile o arte marziale praticata, risparmiando tempo e ottimizzando gli sforzi.

Bisogna sapere incanalare la propria energia, guidarla, indirizzarla secondo determinati tracciati creati dalla mente (lo Yi guida) e

proiettati nello schermo del Dantian, che, alloggiato nella cavità addominale, quasi come un acceleratore di particelle subatomiche

trasforma lo Yi/Qi (l’intento/energia) in forza interna.

Questi tracciati all’interno del Dantian sono come dei programmi o schemi di movimento da cui si origina la forza interna. I percorsi

di forza sono i canali lungo i quali scorre, le innumerevoli posizioni che possono assumere le braccia e/o le gambe sono le tecniche

(Cfr. I Tre Poteri Segreti del Taiji Quan – Caliel Edizioni – Bologna).

Sinteticamente: a un semplice schema di movimento all’interno del Dantian, all’esterno corrispondono differenti percorsi di

forza; a differenti percorsi corrispondono innumerevoli tecniche.

E’ come in un albero: tantissime foglie (le tecniche) sono attaccate allo stesso ramo (i percorsi di forza), tanti rami

ad un solo tronco. Se il ramo è forte lo sono tutte le foglie attaccate, se il tronco è forte lo sono tutti i rami, se sono

forti le radici (il Dantian) lo è tutto l’albero.

Flavio Daniele